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L’immagine coordinata rappresenta l’abito di una qualsiasi realtà che si mette in relazione con il pubblico, sia essa un’azienda, una città, un progetto, un’iniziativa culturale.

Una corporate image efficace dal punto di vista del marketing e della comunicazione deve sempre rispecchiare l’identità del soggetto che ne necessita. Deve in svariati modi ed in tutte le sue forme ed i suoi strumenti, trasmetterne i valori reali (o immaginari) che ne rappresentano le caratteristiche distintive, fondamentali per l’efficacia della comunicazione e per la competitività di mercato.

Il successo di un brand dipende moltissimo da quanto la sua comunicazione riesce ad entrare nella memoria del suo target di riferimento, stimolandone il ricordo. Questo processo avviene tramite una buona e mirata pianificazione media, e soprattutto una comunicazione riconoscibile. Quanto più l’immagine sarà coordinata, tanto più faciliterà il meccanismo del ricordo!

 

Il logo rappresenta il primo elemento di risconoscibilità dell’immagine istituzionale, gode quindi di un’importanza fondamentale.

Dal confronto di alcuni tra i più noti brand internazionali (BMW, FIAT, Barilla, Mulino Bianco, la città di Berlino, il Sudtirol, ecc..), abbiamo potuto esaminare ed individuare importanti elementi distintivi che hanno determinato e determinano il posizionamento dei differenti marchi. Un esempio concreto e facilmente intuitivo, è quello che nasce dal confronto tra l’identità e la comunicazione BMW e quella di FIAT, dove la prima adotta un effettivo e coerente coordinamento, mentre la seconda ha negli anni creato molta confusione che si è tradotta ragionevolmente in confusione trasmessa al pubblico. Talvolta questo non prelude comunque ad un fallimento, proprio come nel caso della 500 Fiat che, nonostante le diverse versioni del logo Fiat negli anni, ha ottenuto grande successo.

Una considerazione importante da fare è sicuramente che mentre un’azienda già conosciuta e consolidata può permettersi degli errori o delle imperfezioni in termini comunicativi, questo non lo può fare un’azienda in start up che mira a posizionarsi in modo importante sul mercato.

 

Interessante la riflessione sui loghi e la comunicazione geografici, di città come Amsterdam che ha creato un sito web giocando sul nome I am sterdam.com; quello della città di Berlino, selezionato attraverso un concorso dove la rappresentazione di un simbolo come il ponte di Brandeburgo stilizzato arricchisce il senso attraverso una grafica che trasmette immediatamente anche un concetto storico, quello della divisione tra Berlino est e ovest.

Per finire con l’esempio del Sudtirolo in cui il logo realizzato tramite la creazione di un font nuovo e per questo identificativo, nel tempo ha creato una riconoscibilità anche per i prodotti tipici locali.

Spesso accade che l’immagine di un luogo diventi l’immagine di un’architettura importante, come nel caso di Dubai (Palazzo a vela) e di Bilbao (Guggenheim).

 

La condivisione di questa conoscenza personalmente acquisita, è quella che può permetterci di contestualizzarla nell’ambito di questo percorso formativo e degli obiettivi che ognuno si pone. Ritengo infatti importante affiancare l’importanza della corporate image a quella di un progetto culturale che tanto quanto un logo necessita di una profonda coerenza sulla definizione dei valori comunicativi che gli sono propri o che gli si vogliono attribuire, un’attenzione profonda e di ascolto verso gli interlocutori ed un coordinamento di immagine omnipresente nelle varie fasi realizzative.

Mi sembra interessante far riferimento ad una notizia pubblicata sul Manifesto del 25 aprile 2008 dal titolo “Gregor Schneider, vietata la morte in diretta al museo” per riprendere il discorso sul ruolo più o meno sociale del curatore e dell’arte in genere.
Schneider, artista tedesco tra i più importanti protagonisti della scena internazionale contemporanea si è aggiudicato tra l’altro nel 2001 il Leone d’oro alla Biennale di Venezia, è dal 1996 che cerca di realizzare un estremo quanto controverso progetto artistico: attraverso il supporto di medici specialisti l’artista vorrebbe far cessare la vita di un volontario (consenziente) in un museo. Il divieto di realizzare l’opera imposto dalla Commissione parlamentare tedesca per la Cultura e i Media solleva senza dubbio una questione di carattere etico-sociale: perché non è possibile rispettare la volontà di una persona (e dell’artista/ideatore) nel momento in cui immagini di morte e di corpi corruttibili sono non solo ampiamente visibili ma addirittura idolatrati?
Intorno alle connessioni tra giudizio etico ed estetico sono ruotati gli incontri con il prof. Maffettone e Maria Alicata curatrice della mostra di Debora Hirsch presso la fondazione Olivetti. Sia il pensiero estetico che etico presuppongono sempre una comunità di riferimento (il noi) non quantificabile, ma si divergono per la specifica normativa di carattere morale e non giuridico caratterizzante il giudizio etico. L’intervento di Maffettone assume dal principio un carattere filosofico e puramente speculativo. Si mette in rilievo quanto siano in continuità (continuum in numerazione) etica ed estetica e come la figura dell’artista abbia la possibilità e la quasi responsabilità di eticizzare l’estetica. Solo l’arte infatti ha il potere di considerare un uomo in quanto persona e di renderlo o sollecitarlo all’integrità (ad essere tale). Non ambendo ad entrare nel mero dibattito filosofico sull’etica dell’arte, mi piacerebbe mettere in evidenza l’ importanza di progetti “eticamente sostenibili” o “responsabili eticamente”. Gli incontri con Maria Alicata hanno ampiamente mostrato quanto sia necessario produrre e realizzare progetti artistici strettamente connessi alla comunità e al contesto storico-sociale di riferimento. Se come analizza Shaftesbury, filosofo inglese (1671-1713), alla base sociale oltre alla predisposizione individuale c’è una indispensabile tendenza alla collaborazione e all’armonia ne potrebbe conseguire che la collettività è attivamente (e non solo come spettatore) fondamentale all’espressione artistica. Progetti come “Nuovi Committenti”, promosso dalla Fondazione Adriano Olivetti e ideato in Francia nel 1991 da François Hers, sono un chiaro esempio di coinvolgimento diretto della collettività e di sensibilizzazione di enti pubblici e privati. D’altronde l’allargamento d’ interesse per l’arte contemporanea dovrebbe far sì che ci si orienti sempre più verso l’acquisizione di consapevolezza e di coscienza.

 

Sono passati due giorni dalla lezione tenuta da Barberio Corsetti, una lezione insolita, differente da quelle d’aula tipiche della nostra Università.  E’ stata un’esperienza grazie alla quale sono più consapevole di quanto corpo abbia bisogno l’anima per potersi raccontare.

Siamo in giardino, un giardino circolare. Ci sono io, i partecipanti al corso Arts & cultural Skills, c’è anche Valeria per questa lezione e c’è Barberio Corsetti, la nostra guida, termine più appropriato al tipo di esperienza che andiamo a vivere nella lectio di oggi.  Siamo in cerchio e cominciamo da noi,  ognuno lavora con se e su di se, ci si massaggia da soli.  Si sperimentano alcune pratiche orientali, capisco che Barberio predilige quelle Giapponesi perché  danno il senso della disciplina e lo capisco da un gesto preciso, netto che fa con la mano tesa, tagliando l’aria  dritto davanti a se. Allora io rifletto su quanto di orientale c’è in me e provo un senso che pian piano identifico con il sacrificio. Lo registro senza guardarlo troppo con gli occhi della mente e lascio che sia il corpo a regalarmi qualcos’altro.

Proseguiamo. Il primo incontro con l’altro si realizza attraverso una simulazione in cui ognuno di noi deve dire qualcosa senza dire nulla: è teatro. Recitiamo con la faccia e con il corpo, le parole non hanno alcun senso  qui,   ciò che conta è l’espressione ma aleggia tra noi una qualche forma di ansietà e reticenza.  I più coraggiosi farfugliano, blaterano, mugugnano. Ognuno fa sfoggio di una cultura bambina ormai dimenticata, ma non del tutto a quanto pare! Mi fermo a pensare che Dio si sta facendo beffe di noi, piccoli mortali alla ricerca del proprio limite e della propria verità. Penso che temiamo l’ignoto e allora  cerchiamo di stanarlo perché abbiamo bisogno di dargli una forma ed un senso per sentirlo meno distante.   Alla fine il mio imbarazzo ha superato il suo “limite”: sono una sciocca finalmente, ho dismesso i panni della persona seria, in un luogo sacro come l’Università, il mio posto di lavoro, il mio ¾ di vita!!

Andiamo sempre più verso il contatto con l’altro, cominciamo a esercitare qualcosa che Barberio chiama “Ascolto”. Pratichiamo l’ascolto sballottando e facendoci sballottare ad occhi chiusi in un cerchio umano fatto da noi, che restiamo vicini a proteggere  il centro. L’esperienza si evolve, solleviamo e sorreggiamo  il corpo di ognuno in aria, trasportandolo sulle mani per tutto lo spazio che ci aggrada e facendolo rotolare sopra le nostre schiene, tra le nostre braccia, le mani sulle mani, le mani sul corpo che si lascia rovesciare, toccare, esperire.

Provo un po’ di vergogna a lasciarmi andare così, mi sento un po’ fuori luogo eppure sono qui e voglio vedere come va a finire. E’ la ricerca che mi muove.

L’ultima parte di questo studio mi consente di osservare più chiaramente quanto il mio corpo sappia raccontare meglio delle mie parole. Non mi posso guardare ma non è questo che conta, anche se lo ammetto, mi piacerebbe potermi ri-vedere, mi aiuterebbe a capire un po’ meglio me stessa. Devo mimare una storia usando una memoria precisa che è quella del corpo. Sono impressionata perché il corpo ricorda molto bene la storia infatti ne organizza la narrazione attraverso le scene essenziali. Penso due cose, la prima è che le parole colorano uno spazio già disegnato, l’altra è che la paura del giudizio e di scoprirsi imperfetti, indifesi o maldestri, ci impedisce di essere autentici in contesti che necessitano invece di molta verità.

La chiusura mentale nei riguardi di alcune situazioni, ci preclude la sperimentazione di nuove opportunità. Oggi è quanto mai necessario soprattutto dal punto di vista dell’impegno sociale, organizzare il proprio tempo e il proprio spazio, in funzione di uno sviluppo consapevole delle proprie capacità nella direzione di un superamento metodico di limiti e attaccamenti  a modelli oramai inadeguati.

Personalmente ritengo che l’esercizio consapevole dei propri “Volumi” e la pratica della conoscenza attraverso l’ascolto,  siano essenziali per l’ottenimento di risultati migliori e per lo sviluppo di nuovi schemi che siano in linea con  le esigenze della contemporaneità.  L’utilizzo del teatro metaforico potrebbe in questa prospettiva rappresentare un prezioso strumento di misura della realtà aziendale e di conseguente previsione e direzionamento. Lo strumento della “messa in scena”  infatti consentirebbe di visionare globalmente  le attività aziendali per comprendere ed utilizzare più consapevolmente limiti e possibilità.

 

Mariangela Barbuzzi

Tollerare o amare l’altro?

Lucio Saviani ci guida nel movimento tra opposti sentimenti possibili nei confronti dell’alterità.

 

L’altro da noi è il diverso, l’incontro con il suo sguardo che non riusciamo a sostenere, non vogliamo sostenere, avviene nella paura di perdere l’identità.

L’altro è origine di difficoltà, impone una scelta.

 

Dell’altro ci si può innamorare.

C’è una distanza che separa noi dall’altro: se superata, giungiamo alla mimesi, io e l’altro diveniamo la stessa cosa, la conoscenza è totale, la diversità è persa…e con questa si perde il desiderio di conoscenza,come superamento della distanza. La distanza mantiene vivo il desiderio: mentre desideriamo siamo ancora identificabili rispetto all’altro. La farfalla desidera conoscere la fiamma, ma superando la distanza muore, cessa di esistere.

L’altro si ama perché consente di definire la propria identità: finché la distanza persiste, persistono le diverse identità, l’amore è la relazione. Del resto è opinione di alcuni che l’innamoramento avviene quando siamo pronti al cambiamento, come tensione a qualcosa, ad un nuovo stato della nostra identità che proiettiamo sull’altra persona. Infatti, si dice, l’amore è cieco: o meglio, ciò che noi vediamo nell’altro non coincide con l’identità dell’altro ma con qualcosa che necessitiamo, qualcosa di cui manchiamo. E quindi desideriamo.

 

L’altro si può tollerare.

Dato il rischio di perdita d’identità che l’avvicinamento all’altro implica, spesso si preferisce drammatizzare la distanza, amplificarla, possibilmente negando il desiderio di superamento di questa. Ciò implica superbia e senso di superiorità: tolleriamo l’altro, sopportandolo come entità non necessaria, di cui fuggire lo sguardo per paura della perdita di noi stessi. Ma cosa accade all’ identità che nega l’altro da sé? È inevitabile che in questa negazione vi sia la perdita di un’opportunità di costruzione dell’identità stessa: chiusa nella sua perfezione, nessun movimento  è possibile, o meglio, ogni movimento è volontariamente precluso. Però l’uomo è un sistema complesso, che vive e si informa della relazione con il proprio ambiente: se non c’è scambio, se non c’è movimento il sistema muore. Senza desiderio – amore, tensione…ma anche passione – l’uomo si condanna a morte.

 

Amare l’altro è la strategia per la definizione della propria identità.

Tale amore si potrà mantenere riconoscendo la diversità mantenendo la nostra distanza rispetto ad essa in virtù del desiderio di conoscere. Potrebbe essere interessante pensare che anche in caso di mimesi,ciò che ne consegue sia un nuovo sistema,in cui le parti si sono reciprocamente in-formate, divenendo qualcosa di inedito, entrambe diverse dalla condizione di partenza: nella specificità e nel persistere della relazione che ora le tiene strutturalmente unite si precisa la nuova identità, un binomio pronto ad evolvere ancora, nel desiderio di conoscenza di nuove alterità.

Nel primo incontro con Lucio Saviani abbiamo cominciato a seguire, attraverso i concetti di gioco e menzogna, i tracciati che ha selezionato come strumenti per acquisire una nuova consapevolezza della visione e per affinare le nostre capacità di interpretazione. Gioco, menzogna, silenzio, sono per Saviani tutte forme di comunicazione della contemporaneità.

La proiezione del dipinto di Velasquez Las Meninas è lo spunto per una riflessione sul tema della rappresentazione che introduce a quello del gioco. Il gioco di sguardi e di riflessi che cogliamo nel quadro ci porta lontano. Tutti i personaggi dipinti guardano verso di noi che guardiamo il quadro. Guarda verso di noi l’artista che si autoritrae in una pausa del lavoro, seminascosto dalla grande tela che sta dipingendo e che non ci è dato di vedere; guarda verso di noi il gruppo centrale con Margherita, l’infanta di Spagna e due aristocratiche compagne, guardano verso di noi i nani di corte e il servitore che in secondo piano interrompe per un momento la conversazione. Guarda verso l’esterno della superficie della tela un uomo che entra dalla porta in fondo. Ma chi stanno guardando tutti i personaggi della tela dipinta da Velasquez? Lo svela il riflesso dello specchio appeso alla parete di fondo della stanza. Tutti si rivolgono al soggetto reale del dipinto che il pittore sta realizzando: il re Filippo IV e sua moglie  Marianna d’Austria che si trovano al nostro posto, quello del riguardante. L’unico personaggio che è nella posizione di poter abbracciare con lo sguardo tutta la scena è colui che è dipinto sulla soglia della porta in fondo alla stanza e che rappresenta l’osservatore. Questo dipinto oggetto di numerose considerazioni da parte di filosofi, rappresenta uno dei luoghi classici della riflessione sull’arte figurativa. Il tema è il concetto di rappresentazione e il rapporto che lega ogni raffigurazione allo spettatore che la contempla. Secondo la lettura che ne da Foucault in Le parole e le cose, il paradosso centrale del dipinto sarebbe costituito dall’impossibilità di rappresentare l’atto della rappresentazione.

Ma in che misura l’arte è rappresentazione, gioco, o menzogna? Quale rapporto lega questi tre elementi?  Saviani ci invita a riflettere sull’etimologia di parole che usiamo quotidianamente e ci guida attraverso passi di filosofi di differenti epoche, nella ricostruzione dei legami che intercorrono fra questi concetti fino ad affermare con Fink che il mondo si rappresenta giocando ed il gioco è il simbolo del mondo.

Ma tornando al tema iniziale dell’incontro, cominciamo a svolgere il processo logico che lega il gioco all’arte e l’arte alla menzogna.

L’arte ci fa entrare in gioco, ci in-lude, ci illude poiché ci fa entrare in una realtà illusoria, la percezione dei sensi da cui dipende l’arte produce una realtà ingannevole. Platone sosteneva, infatti, che l’arte è copia delle cose che a loro volta sono rappresentazioni delle idee. Nella condanna platonica arte è mimesis, copia. Vale meno dell’originale che è nel mondo delle idee. L’arte è una copia di qualche cosa che a sua volta è la rappresentazione delle idee. L’arte quindi ci allontana dalla verità e ci inganna. Il Mito della Caverna è l’allegoria con la quale Platone ci fa riflettere sulla natura della realtà.

Per Aristotele arte è imitazione ma nel senso di fare come, fare secondo il procedimento della natura. L’arte coglie il ritmo interno della realtà. L’artista è il piccolo creatore perché fa come ha fatto Dio. Arte è interpretazione del mondo.

 

Arte e gioco nei secoli sono state considerate attività marginali. Ma non è così.

Arte e gioco tracciano i confini dell’immaginazione. Il gioco è una simulazione della realtà, una messa in gioco dei confini, è un’attività volontaria che ha delle regole, non è libertà assoluta. Gioco è insieme libertà e regola, reale e irreale. Gioco è una parola, un fenomeno, un concetto della contemporaneità che ha a che fare con un’azione dell’immaginazione, con la creatività (come l’arte).

Dall’inizio del Novecento molti filosofi hanno dedicato al gioco un interesse particolare, a partire dal celebre testo di Johan Huizinga, Homo Ludens, ne hanno scritto Heidegger, Deleuze, Nietzsche, Derrida, e naturalmente Fink.

Nel mondo del gioco e in quello della vita ordinaria ci sono ruoli, regole, oggetti, si consuma del tempo reale, ci si muove in uno spazio reale.

Non si percepisce il confine tra gioco e vita ordinaria e nostro malgrado la nostra vita è entrare e uscire da diversi giochi. Il gioco quindi viene prima di tutto. Nel gioco tra reale e irreale, illusione e realtà, vero e falso, c’è grande contaminazione poiché un ambito entra continuamente nell’altro.

Secondo Fink infine, il gioco è mettere in scena il mondo, è la rappresentazione teatrale del mondo.

Come anticipato è il mondo che si rappresenta giocando ed il gioco è il simbolo del mondo.

 

Cecilia Sica

Maurizio Cattelan, è un denunciatore accanito del mondo dell’arte contemporanea, minaccia il sistema a cui appartiene con l’intenzione di rilevarne i meccanismi più segreti. I suoi progetti partono invariabilmente da un’idea, un’immagine o una conversazione. Che cosa sarà accaduto a Colonia? il Maestro Cattelan, così ben conosciuto per i suoi lavori provocatori come “La Nona Ora” del 1999, ha esposto la sua ultima intallazione a Pulheim, un sobborgo  di Colonia. “La donna crocifissa” si inserisce  all’interno del progetto Synagogue Stommein una rassegna artistica organizzata dal 1991 all’interno dell’ex sinagoga ora divenuta una chiesa cattolica. L’opera per assesorato alla Cultura della cittadina, esprime “la disperata lotta della religione e della storia contro il potere della morte”

di Daniele Iovanella

Il 28 maggio si è inaugurata una rassegna dove il principio cardine era l’esaltazione dei cinque sensi per l’arte, un esperienza simile vissuta sabato pomeriggio alla lezione di Giorgio Barberio Corsetti. E’ stato un evento innovativo che ha coniugato la cultura con il benessere e la bellezza, intese come cura del corpo e della mente. Questa rassegna che il nome era “On” il corpo ascolta, la mente si spoglia, si è svolta presso la sede del Museo Bilotti l’Aranciera di Villa Borghese, che ha una storia secolare dovuta alle numerose trasformazioni che nel corso del tempo ne hanno modificato in misura sostanziale sia l’assetto sia le funzioni.

Arrivando nei pressi del Museo si notavano quattro grandi installazioni dell’artista milanese Chiara Dynys che animano i punti con la forza energetica della luce. Le aureole su alcuni alberi, un bersaglio luminoso sul profilo centrale della palazzina, tre frecce sul balcone, una schiera di quattro diamanti luminosi sul pavimento di fronte all’ingresso. L’artista allestisce una partitura in quattro brani visuali, sfruttando gli alberi attorno alla palazzina ma anche alcuni punti anomali dell’edificio e il piazzale di fronte all’ingresso. I quattro momenti diventano punti cardinali di un percorso tra terra e trascendenza, feticcio e simbolo, realtà e metafora. Le aureole di pura luce sono il momento di maggior impatto scenografico. Circondano la natura secolare attraverso le perle luminose di un complesso impianto tecnologico. La chioma superba della pianta prende così leggerezza estatica, librandosi oltre la fermezza cementata delle radici. Il bersaglio ci attende in posizione immobile ma mai minacciosa. È un magnete ottico che riflette il mondo circostante dentro la sua geografia vulnerabile. Ha il senso urbanistico della piazza tolemaica, un valore dagli echi architettonici che si lega alla storia planimetrica di Roma, alle sue metodologie storiche che riguardano la morale, il potere, le relazioni umane, lo scambio culturale. Un bersaglio che sfrutta la simbologia del numero, il legame tutto romano tra cultura laica e religiosa, fino a ribaltare la prosa urbana delle antenne da terrazzo deturpano le nostre città. Le frecce luminose occupano un’altra porzione dello spazio museale, dialogando in maniera diretta col bersaglio. Indicano tre diverse direzioni, tre punti cardinali di un orientamento interiore che vola verso l’alto, nelle direttrici motorie del cielo. La freccia che storicamente trafiggeva i corpi esce oggi dal costato della pittura barocca, sfuggendo dalla carne aperta a favore di un’elevazione utopica del gesto simbolico. I diamanti luminosi chiudono il nostro percorso. Spiccano nella loro fermezza monolitica e accecante, riportando l’attenzione sul suolo da cui spuntano come iceberg preziosi e inarrivabili. Diventano il Graal imprendibile del progetto, la parte più terrena e al contempo più metafisica delle quattro visioni dialoganti.

Entrando nel Museo si può ammirare la collezione permanente costituita dalla donazione di 22 opere tra dipinti, disegni e sculture. Il nucleo più consistente comprende 18 lavori di Giorgio de Chirico, di cui 17 esposti in questa sala e una scultura, Ettore e Andromaca, collocata all’esterno del Museo. Vi sono quindi i ritratti Tina e Lisa Bilotti, 1981, di Andy Warhol e Carlo con Dubuffet sullo sfondo, di Larry Rivers, il dipinto L’estate, 1951, di Gino Severini, e infine un grande Cardinale in bronzo di Giacomo Manzù, esposto all’esterno.

Il percorso prosegue sulla terrazza con l’esaltazione dei sapori tipici italiani, tra formaggi e vini. Durante la degustazione l’orecchio sente la musica di Casella (musiche della prima produzione del Maestro che si inquadra in un atteggiamento cubista, antiromantico e spigoloso al ritmo, nelle dissonanze, nella politonalità) suonate egregiamente da una violinista. C’è un legame tra De Chirico e Casella, i due lavorarono insieme per la prima rappresentazione della Giara, al Teatro des Champs Elysées del 1924 il primo disegnò i bozzetti per le scenografie.

Lo scenario si conclude con “On” è uno spettacolo/performance multisensoriale in cui le varie forme d’arte, l’esaltazione dei 5 sensi per l’arte dalla poesia alla danza, dal video al design fino all’arte del massaggio, si fondono e si contaminano e chi partecipa non è uno spettatore passivo ma il protagonista di un’esperienza multimediale, emozionale, fisica ed estetica.

Durante il percorso il visitatore è accompagnato alla riscoperta dei cinque sensi in un viaggio del corpo e della mente. Gli attori sceglieranno ciclicamente gli ospiti formando gruppi di 30 persone che si sdraiano su comodi materassini. E mentre esperti massaggiatori “coccolano” i partecipanti con leggere pressioni sul corpo, altri performers recitano poesie, il tutto “immersi” in un’atmosfera di aromi, dalla vaniglia alla ginestra, dall’iris alle spezie d’oriente, studiati appositamente per lo spettacolo da un profumiere fiorentino. “On” è accompagnato anche da un video dell’eclettico artista Andrès Arce Maldonado che vedrà la partecipazione straordinaria di Piera degli Esposti e di Olivia Magnani. La regia è del giovane regista e coreografo colombiano Juan Diego Puerta Lopez molto apprezzato in Italia e all’estero.

Barberio Corsetti ci ha fatto capire da buon regista e preparatore di attori e ballerini che non esiste solo la parola, ma che essa è soltanto uno degli strumenti di cui ci serviamo per dialogare con i nostri simili; in termini percentuali non rappresenta che una modesta componente del linguaggio globale che è invece costruito su una composita e variegata serie di modalità espressive mediante le quali l’uomo proietta messaggi ed emozioni di ogni genere e che spesso addirittura prevaricano la parola sino a sostituirne la potenza.

La conoscenza della comunicazione non verbale permette di scoprire i segreti più intimi di se stessi, delle persone care e dei propri interlocutori e in una normale conversazione rivela un linguaggio “al di la della parola”. La posizione del corpo, i segni e i gesti che l’individuo esprime durante un pensiero e durante un dialogo non sono casuali, ma correlati ai suoi stati emotivi.

Con Barberi Corsetti abbiamo giocato al Sistema Corpo Specchio può essere definito una tecnica, un metodo, un insieme di strumenti, che tutti possono usare, è quello di muoversi simultameamete senza schemi è aver fiducia nell’altra persona implica il contatto fisico questi strumenti o meglio questo gioco permette di esplorare la relazione tra il corpo, la coscienza e la vita.

Io non ho avuto il coraggio di liberarmi dalla tensione della quotidianità. Il mio Sistema Corpo Specchio ha funzionato molto male. Più ci penso e più mi convinco che il principale male del nostro tempo è la paura. Non si fanno le cose o si fanno male perché si ha paura. Si ha paura di restare soli o di uscire dal coro. Di fare cose che non sono in linea con lo stile del tempo o le convenzioni dei più. Si ha paura di esplorare strade nuove, che magari sono difficili, ma che possono veramente aprire nuove possibilità e arricchirti dal punto di vista umano. Si ha paura di mettere in discussione le regole che qualcuno ha definito, come se quel qualcuno fosse Dio e fosse infallibile. Se uno legge il Vangelo si accorge che le “regole” sono poche e semplici e tante delle nostre “regole” altro non sono se non le sovrastrutture che una società un po’ bigotta, meschina e tanto immatura ci ha costretto a introdurre. Si ha paura di perdere ciò che si ha e ciò che si è. Non si riesce a percepire il fatto che nel rischiare c’è anche la possibilità di crescere, migliorare, essere “più” di quello che si è oggi. Si ha anche paura di non riuscire ad essere fedeli a se stessi e a quello in cui si crede.

Credo che in tutto questo, FORSE, si riscopre anche il senso del dolore. Da cristiano spesso mi sono interrogato sul perché ci debba essere il dolore. Perché Dio se ci ama ci fa soffrire? Forse il dolore serve anche a questo, a strapparci dal nostro quieto vivere, dall’assuefazione, dalla stasi, dalle convenzioni. Soffrire ti mette in discussione, ti torce le budella, ti strazia l’anima. Ma ti costringe anche a confrontarti con la vita, con quello che sei e con quello che vorresti e potresti essere.

P.S.: Ci pensavo stanotte non riuscendo a dormire. Prendetele come le sciocchezze di un insonne.

di Daniele Iovanella

Ulisse un Mecenate

I beni culturali hanno un tratto comune che li fa differire da altri beni non di mercato, di quasi mercato o di mercato, sono beni dell’informazione intrinsecamente meritori. Ciò non nel senso paternalistico e banale con cui questo termine è spesso impiegato ad indicare beni che lo stato o un èlite intellettuale ritiene meritevoli di tutela e valorizzazione, ma in un senso intrinseco, più profondo, che riguarda l’utilità soggettiva e che è quindi coerente con una impostazione basata su principi di libertà individuale di pensiero e di espressione, quale quella qui accolta, nel quadro della impostazione della teoria neoclassica italiana dell’economia pubblica, ripresa dalla scuola di “public choice”. Per farlo intendere, mi sia consentita una citazione letteraria.
Quando Dante incontra Ulisse nel Canto XXVI dell’Inferno non vede una persona ma una fiamma,

“lo maggiore corno della fiamma antica
Cominciò a crollarsi mormorando
Pur come quella che vento affatica
Indi la cima qua e là menando
Come fosse la lingua che parlasse
Gittò voce di fuori e disse quando”.

E qui la fiamma che parla come una persona fatta di fuoco comincia suo racconto di esplorazioni, lontano da casa, lontano da Penelope e dal vecchio padre, ma anche via da Circe, dai piaceri consumistici “nel l’alto mare aperto” per inseguire la conoscenza del pianeta, sino ed oltre le colonne d’Ercole, perché, come egli dice ai suoi marinai.

“considerate la vostra semenza
Fatti non foste a viver come bruti
Ma per seguir virtute e conoscenza”.

Perché Ulisse abbandona ogni cosa, la famiglia, gli affetti e gli agi della casa e i piaceri del mondo, per cercare di andare “dietro al sol, del mondo senza gente”? e soprattutto perché nonostante i rischi e le pene non interrompe il suo viaggio, ma lo continua sino all’estremo rischio finale, per anni ed anni instancabilmente?

“Io e i compagni eravam vecchi e tardi
Quando venimmo a quella foce stretta
Ov’Ercole segnò li suoi riguardi
Acciocché l’uom più oltre non si metta”.

Il demone che lo spinge, più conosce, più gli si ampliano gli orizzonti e aumenta il suo desiderio di conoscere, di esplorare. La fiamma del conoscere aumenta, con l’aumentare della conoscenza, non c’è la sazietà, ma la perpetua insoddisfazione. Dunque Ulisse continua il suo viaggio nonostante il crescere degli anni, suoi e dei suoi compagni, questa è la caratteristica dei beni culturali ampliano la prospettiva della conoscenza o della sensibilità artistica. Il visitatore dei musei, l’amatore di concerti, man mano che ne fruiscono ampliano la propria capacità di apprezzare questi beni meritori, che migliorano chi ne fa uso. Mediante il suo linguaggio nella ricerca artistica e culturale sviluppa una capacità e la sua sete di creare e ricercare. E non è mai pago. Smette solo quando incontra le colonne d’Ercole. Che per lui, sono il venir meno dei fondi o del tempo a disposizione.
Ma era Ulisse, secondo Dante il potenziale Mecenate o sponsor privato o pubblico dei beni culturali è più difficile da convincere, soprattutto quando l’impresa ha un rischio elevato, come quella di Ulisse e dei suoi compagni ma non persegue, come questa, un obbiettivo che venga facilmente percepito.
di Daniele Iovanella

da Daniele

In questo periodo mentre nasce il quarto governo Berlusconi, con la XVI legislatura che vede come ministro ai Beni e Attività Culturali l’Onorevole Sandro Bondi e come Sottosegretario l’Onorevole Francesco Maria Giro, e si leggono sui quotidiani diverse notizie.

Il pittore fotografo americano Rauschenberg, si è spento in Florida all’età di 82 anni, egli era tra i precursori dei maggiori movimenti artistici della seconda metà del 900, anticipatore della Pop Art era sempre alla ricerca di nuovi linguaggi espressivi. Nel 1951-52 partecipò con John Cage al primo happening della storia, si imbarcò per l’Italia. Proprio a Roma presero vita le prime “Scatole Personali”, lavori di tipo autobiografico che ha esposto alla Galleria dell’Obelisco.

Intanto in America l’arte contemporanea sbanca le aste di Sotheby’s, Francis Bacon Il Trittico del 1976 è stato aggiudicato per 86,3 milioni di dollari.

Le 35 nomine effettuate dal ministro dei beni culturali, l’Onorevole Francesco Rutelli, sono state bocciate dalla Corte dei Conti.
9 direttori generali centrali, 17 direttori generali regionali, 6 direttori generali di staff, 3 direttori generali per il servizio di controllo interno del dicastero della Cultura. Queste le nomine effettuate a dicembre, con decorrenza 1 gennaio 2008, rinviate al mittente e che hanno gettato i beni culturali nella confusione. Infatti tutti i provvedimenti firmati dai direttori ricusati rischiano di essere nulli. Secondo quanto riferito dal segretario regionale della Uil beni culturali, Gianfranco Cerasoli, la Corte dei Conti ha sollevato due rilievi, uno di procedura, l’altro di sostanza. Per quanto riguarda quest’ultimo ci sarebbe la mancanza di motivazione nelle scelte operate rispetto alle richieste avanzate dai singoli dirigenti generali. Dopo una prima smentita fatta con poca forza dal ministero, è arrivata la risposta anche di un altro sindacalista, il segretario generale della Confsal Unsa dei beni culturali, Giuseppe Urbino: i rilievi della Corte dei Conti sulle 35 nomine fatte dal ministro Rutelli “ci sono ed evidenziano un operato piuttosto grossolano in fatto di nomine dirigenziali”. “Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali si affretta a smentire dichiarando che il soggetto coinvolto dalla Corte dei Conti, riguardo i rilievi alle nomine di Rutelli, è la Funzione Pubblica - continua Urbino - In una nota di circostanza si legge che ‘non risulta nessun rilievo e che tutti i provvedimenti sono adeguatamente motivati’. Rutelli - spiega il sindacalista della Confsal - cerca ancora una volta di salvarsi la faccia cercando di creare il dubbio, quando i realtà i rilievi della Corte ci sono ed evidenziano un operato piuttosto grossolano in fatto di nomine dirigenziali”. D’altra parte il vicepremier di Prodi. Oggi candidato al Campidoglio dalla sinistra prodiana, non è nuovo a problemi per consulenze e nomine di dirigenti, sempre nel ministero. Proprio in campagna elettorale, infatti, Rutelli ha avuto, per dirla con le parole dei sindacalisti un “comportamento scorretto” visto che ha nominato “ben 216 dirigenti”, tra soprintendenti, archivisti, bibliotecari ma anche dei soprintendenti speciali ai Poli Museali di Roma, Venezia, Napoli e dei soprintendenti speciali all’archeologia di Roma, Napoli e Venezia. “La decisione dell’organo di controllo sta determinando il panico nel ministero poiché questo significa - ha aggiunto Cerasoli - che tutti gli atti firmati da tali Direttori Generali potrebbero essere allo stesso modo illegittimi, sia se hanno determinato impegni di spesa sia se hanno prodotto effetti giuridici nei confronti di terzi”. Dopo lo scempio del Vittoriano o lo scandalo dell’Ara Pacis, ecco una nuova puntata della penosa storia di Rutelli ai beni culturali. A pagarne le conseguenze, come al solito, i cittadini, la nostra storia e la nostra cultura, gettata nel caos da nomine senza un perché.
A Faenza tra sei giorni s’inaugura il C. Il primo festival dedicato al sistema dell’arte contemporanea internazionale e ai suoi protagonisti. Per scoprire insieme l’arte che verrà.
Secondo Angela Vettese

La lezione di Elena Del Drago ha posto l’accento ancora una volta sulle enormi differenze che caratterizzano la politica culturale, rispetto all’arte contemporanea in particolare, all’estero e in Italia. Differenza che ha portato ad una situazione di oggettiva arretratezza del nostro sistema museale rispetto a quello europeo ed americano.
Di fatto Elena Del Drago e Pratesi (nella lezione del giorno precedente) giungono alla stessa conclusione: la politica in Italia è stata prima indifferente e poco lungimirante nelle strategie di acquisizione delle opere e nell’ organizzazione del sistema museale, poi ha “invaso” il sistema quale ulteriore terreno di visibilità e gestione del potere, senza nessun rispetto nei confronti della cultura e dell’arte in quanto tale, né della qualità e della professionalità dei protagonisti, siano essi artisti, curatori, direttori di musei o altro. Ne è un esempio eclatante il Rivoli, il più importante museo di arte contemporanea in Italia, il cui direttore deve essere nominato in questo periodo. Non sarà però una nomina per concorso pubblico come succede negli altri paesi: il nuovo direttore sarà nominato dalla Regione. Con quali criteri?

Elena Del Drago ci ha illustrato alcuni esempi di istituzioni culturali europee, americane e italiane.
Si comincia con il Centre Pompidou di Parigi, voluto dall’omonimo presidente francese già agli inizi degli anni sessanta, con l’intento di frenare il declino di Parigi e di mantenere il suo status di importante scenario per l’arte contemporanea a livello mondiale, sempre più contestato da New York;  di aprire la creatività francese verso il mondo e favorire l’espressione di nuove forme d’arte attraverso l’interdisciplinarità. Pompidou era convinto  che l’arte contemporanea potesse tornare a un più ampio pubblico a condizione che il governo svolgesse appieno il suo ruolo di mediatore; voleva inoltre realizzare a Parigi una grande opera di architettura rappresentativa della seconda metà del XX secolo.

Il risultato è stato un grande centro di aggregazione culturale il cui fulcro è rappresentato dal museo d’arte moderna (possiede oltre 50.000 opere) e dalla gigantesca biblioteca pubblica; all’interno però sono ospitati anche un centro per la ricerca acustica e un centro per il design; parte importante sono anche gli spazi ricreativi e la ristorazione. Il Pompidou inaugura la tendenza a creare dei “supermusei”, poi seguita anche da altre istituzioni come la Tate a Londra: luoghi di divertimento, di aggregazione, dove l’arte è solo una delle componenti di attrazione di pubblici vastissimi.

                                             

         Il centro Pompidou

 Anche la Tate Modern costituisce un ulteriore esempio di questa tendenza, che con le Unilever Series marca un ulteriore passo verso il divertimento puro. Le opere d’arte/spettacolo coinvolgono totalmete il pubblico che diventa importante quanto l’artista. L’enorme affluenza di visitatori (più di sette milioni l’anno) ha convinto il direttore della Tate ad ampliare i suoi spazi con una enorme piramide di vetro, la nuova Tate,  che sarà inaugurata .nel 2012.

Il sistema americano è, a differenza di quello europeo, completamente finanziato dai privati e si regge su due principi fondamentali: la spettacolarizzazione della cultura e l’attenzione al pubblico e agli utili. Il direttore della Fondazione Guggenheim (che viene dall’economia e non dall’arte) dopo aver aperto il Guggenheim di Bilbao e il Deutche Guggenheim nella sede di una banca a Berlino, ha portato l’arte a Las Vegas, fondando al piano superiore di un casinò, il Venetian, una succursale dell’Ermitage.

E in Italia? Le città che hanno puntato sull’arte contemporanea per “ricostruirsi” un’identità sono Torino e Napoli. La prima tentando di superare il periodo post-industriale (il dopo Fiat in sintesi) attraverso la creazione di un sistema di alleanze tra privati (banche, collezionisti, galleristi) e pubblico (Regione, Provincia, Comune, Camera di Commercio ecc.); la seconda spinta da Bassolino che ha puntato sull’arte contemporanea per il rilancio della città, grazie anche a gallerie importanti e collezionisti internazionali presenti a Napoli, e spingendo eventi in qualche modo spettacolari (la montagna di sale di Paladino in Piazza del Plebiscito ad esempio), ma portando anche alla costituzione del Madre. Napoli e Torino, entrambe comunque grazie al collezionismo privato, sono due “isole felici”.

Ci sono altre realtà che funzionano in Italia ma sono eccezioni, tra queste il Man, museo di  arte contemporanea di Nuoro, e alcune fondazioni, tra cui ricordiamo la Nomax, la Sandretto Re Rebaudengo, il cui curatore, Bonami, è anche senior curator al Chicago Art Museum e al Museo di Udine.

L’arte contemporanea in Italia ha bisogno di un impulso nuovo, le cui basi sono

  • Defiscalizzazione
  • Più intrattenimento
  • Professionalità degli operatori (personale mussale, guide ecc.) attraverso corsi di formazione
  • Biblioteche che mettano a disposizione del pubblico i testi
  • La diffusione di una cultura dell’arte a cominciare dalle scuole

Elena Del Drago alla fine del suo intervento ci lancia una sfida: costruire la strada per il cambiamento partendo dalla base, dalle istituzioni locali, e proporre progetti. Vogliamo raccoglierla?

 

Luana Virdis

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